Della possibilitá di parlare d'Arte parlando d'altro.Ovvero l'importanza du ascoltare voci differenti.
text : Walter Guadagnini
 
 
Fontana di abluzione
 
Dove si dimostra come alcune figure possano assumere, nei diversi tempi e nelle diverse religioni, significati assai variati tra di loro, ma tutti riconducibili a un unico denominatore.
 
“La fontana di abluzione, dove ogni giorno, al ritorno dal lavoro, la comunità va a lavarsi dalla polvere e dal sudore servili, offre così l’immagine permanente di un battesimo, della grazia effusa, dunque del Cristo. ‘La sorgente è stata deviata fino a noi. Il filo d’acqua celeste scende per l’acquedotto, che non ci versa tutta l’acqua della sorgente, ma instilla la grazia, a goccia a goccia, nei nostri cuori inariditi, agli uni più, agli altri meno’. E l’acquedotto che cosa rappresenta, se non la Vergine madre, portatrice di Dio? Queste due potenze del freddo, dell’umido, ma anche di tutte le germinazioni segrete che gonfiano le oscurità della matrice, nella quadratura claustrale vengono a unirsi indissolubilmente alle due altre, l’aria, il fuoco, gli elementi del versante virile, estivo, solare, attivo, spirituale†(G.Duby, San Bernardo e l’arte cistercense, 1976)
 
 
Pozzo
 
Dove si dimostra come la costruzione di un manufatto deva tener conto della possibilità che un essere vivente caschi al suo interno. E dove inoltre viene dimostrato come anche i luoghi meno ameni possano in realtà favorire utili spunti di riflessione all’uomo.
 
“Non so quanto tempo passò così. A un certo punto però successe qualcosa di inaspettato : i raggi del sole, come se volessero farmi una rivelazione, vennero a colpire l’interno del pozzo, che tutt’a un tratto fu inondato di luce. Una luce soffocante, che mi tolse quasi il respiro. Riuscii a vedere tutto quello che c’era lì intorno. Le tenebre e il gelo in un attimo erano svaniti, e i raggi ardenti del sole abbracciavano deliziosamente il mio corpo nudo. Benedicevano le mie ferite, e facevano brillare di luce calda le ossa bianche di qualche piccolo animale di fianco a me. Nella luce anche quelle ossa sfortunate mi sembrarono un amico partecipe. Vidi il muro di pietre che mi circondava. Stordito, stavo seduto in quella luce abbagliante che mi aveva fatto dimenticare la paura, il dolore, la disperazione. La magia non durò a lungo, però; i raggi del sole in un attimo come erano arrivati sparirono. Tutto piombò di nuovo nel buio. Era stata una cosa davvero fuggevole, in termini di tempo dieci o quindici secondi, penso. A seconda dell’angolazione, in una giornata i raggi del sole non possono arrivare in fondo al pozzo se non per un tempo molto limitato. Quel fiume di luce sparì prima ancora che io riuscissi a capirne il significato†(H.Murakami, L’uccello che girava le viti del mondo, 1994)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Lago
 
Dove si dimostra, con un esempio storico, come l’acqua sia elemento determinante per la crescita economica e sociale di una popolazione. L’intero episodio, se interpretato come metafora, permette anche di sottolineare l’ingegno dell’uomo cosiddetto primitivo nell’ambito della creazione artistica.
  
“Il lago Kopais è un bacino depresso di circa 350 chilometri quadrati nel nord-ovest della Beozia. Il Kephissos e altri fiumi minori affluiscono in esso, ma il percorso verso est e verso il mare è bloccato dal massiccio del Ptoon. Tuttavia, le montagne calcaree sono perforate al loro interno da caverne in modo che, con l’intervento dell’uomo e talvolta anche senza, dei canali sotteranei, o katavothres, riescono a drenare le acque del Kopais fino al mare. Non c’è dubbio che per alcuni lunghi periodi durante l’età del bronzo gran parte del letto del lago veniva prosciugato in inverno e irrigato in estate, per mezzo di una intricata rete di dighe e polder che guidavano il Kephissos lungo il margine settentrionale della pianura ai katavothres perfezionati e al mare. Questo sistema crollò, probabilmente alla fine dell’Elladico Tardo III (circa 1150 a.C.), quando – si tramandava – le tribù nordiche dei Dori e dei Beoti erano calate a sud. Pertanto, anche se alcuni polder furono ricostruiti in età classica, durante l’età del ferro, dopo il 1100 a.C., il bacino fu alluvionato e divenne una palude improduttiva. Questo spiega il contrasto tra la grande ricchezza e il potere politico di Tebe e della città settentrionale di Orchomenos durante l’età del bronzo e l’arretratezza della regione in età arcaica e classica (cioè dall’VIII al IV secolo a.C.). Alla fine del IV secolo a.C., Alessandro Magno tentò di prosciugare di nuovo il lago e venne quindi scavato un immenso canale che passava dal centro del bacino. Il lavoro non fu però completato, per ragioni tecniche o politiche, o per entrambe. Ad ogni modo, il Kopais rimase un lago paludoso – divenne persino più grande nel corso dei due millenni seguenti. Una società francese cercò, senza successo, di prosciugarlo negli anni 1870 e solo negli anni 1890 una compagnia inglese fu in grado di uguagliare i successi dell’età del bronzo e di trasformare ancora una volta il Kopais in una regione agricola produttiva†(M.Bernal, Atena Nera. Le radici afroasiatiche della civiltà classica, 1991)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Cubo
 
Dove si dimostra che le figure geometriche sono ricche di significati simbolici e allegorici. E dove si dimostra come qualsiasi interpretazione possa essere soggetta a errore, o comunque piegata alle esigenze di chi interpreta.
 
“Una giusta valutazione del particolare significato del quadrato, del cerchio, del cubo e della sfera è per esempio necessaria per una giusta valutazione dell’architettura sacra, sia che queste ed altre forme geometriche siano, o no, archetipi in senso junghiano. Il quadrato, come simbolo della perfezione morale dell’uomo e dell’unità della Chiesa, si era manifestato nei ripetuti quadrati e cubi del Tempio di Salomone, che si distingue nelle Scritture – come già l’arca di Noè ed il tabernacolo prima di esso – per i calcoli precisi e l’iterazione delle proporzioni. L’emblema del poeta inglese George Wither, del 1635, un chiaro riferimento all’Apocalisse, viene interpretato come simbolo dell'uomo perfetto, che diventerà una delle pietre con cui si edificherà il tempio spirituale; l’aspetto identico offerto dal cubo, ‘dovunque sia nato’, raffigura l’anima perseverante, benché agitata, e, anagogicamente, l’unità minima delle pietre spirituali costituenti la comunità dei beati†(W.A.McClung, Dimore celesti, 1983)  
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Piscine per far galleggiare i calici
 
Dove si dimostra come l’acqua possa essere utilizzata ai più diversi fini.
 
“La loro origine è fatta risalire all’imperatore Chang-ti degli Han (76-88 d.C.). Un giorno l’imperatore Wu degli Han (265-280 d.C.) chiese a un suo funzionario quali fossero le origini dell’usanza di fare galleggiare le coppe di vino nella ricorrenza del terzo giorno della luna. Il funzionario rispose che una certa Hsu Chao di P’ing-yuan il primo giorno del terzo mese partorì tre figlie, ma esse morirono due giorni dopo. La gente del luogo trovò che quanto era accaduto era molto strano e di cattivo auspicio. Così tutti i cittadini si recarono lungo il fiume e vi compirono delle abluzioni propiziatorie, poi fecero galleggiare dei calici sulla corrente delle acque. L’imperatore trovò la storiella divertente ma insufficiente a spiegare l’origine di quell’usanza. Si fece allora avanti un certo Chou Hsi che ne attribuì l’invenzione al Duca di Chou il quale si dilettava nel proprio giardino con questo passatempo. Ai giorni nostri vengono costruite delle piscine in pietra di 15 piedi cinesi di lato (48 m). La pietra è spessa non meno di un piede e due pollici (38,4 cm) e viene scolpita fino a ricavarne un canale largo mezzo piede (16 cm) e profondo nove pollici (28,8 cm). Solitamente i canali riproducono i carattere feng (vento) e kuo (paese); l’acqua vi è fatta scorrere da un canale di scolo largo due piedi e profondo un piede. Il passatempo consiste in questo: la persona davanti alla quale si ferma la coppa di vino deve berne il contenuto e improvvisare un verso†(Li Chieh, Precetti di architettura, XII secolo)
 
 
Materie
 
Dove viene sottolineato il valore della materia con la quale viene realizzata l’opera. E dove si dimostra che l’artista, sotto ogni latitudine e in ogni periodo, è costretto a confrontarsi con i medesimi problemi.
 
“Le cose senza superficie, nascoste dietro la scorza, interrate nella montagna, bloccate nella pepita, inglobate nella mota, si sono separate dal caos, hanno acquistato un’epidermide, aderito allo spazio ed accolto una luce che le lavora a sua volta. Anche se il trattamento subito non pure ha modificato l’equilibrio ed il rapporto naturale delle parti, la vita apparente della materia s’è trasformata. Talvolta, presso certi popoli, le relazioni tra le materie dell’arte e le materie della natura sono state oggetto di strane speculazioni. I maestri dell’Estremo Oriente, per i quali lo spazio è essenzialmente il luogo delle metamorfosi e delle migrazioni, e che han sempre considerato la materia come il crocicchio d’un grande numero di passaggi, hanno amato, tra tutte le materie della natura, quelle che sono, si può dire, le più intenzionali e che sembrano elaborate da un’arte occulta; e, d’altro lato, si sono spesso adoprati, trattando le materie dell’arte, ad imprimere loro i caratteri della natura, al punto di cercare uno scambio: così che, per un rovesciamento singolare, la natura è per essi piena di cose d’arte e l’arte piena di curiosità naturali†(H.Focillon, Vita delle forme, 1934)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Giardini
 
Dove si dimostra che il multiculturalismo non è un invenzione recente. E dove si impara che il giardinaggio è attività ricca di suggerimenti anche per l’artista.
 
“E’ sentimentale, non ingenuo, per dirla con Schiller, voler contrastare il cammino delle piante del Sud che migrano al Nord per mettere radici, annunciando e proclamando che il paesaggio vegetale ‘nordico’ deve tornare a essere nordico, a essere ‘se stesso’. Questo paesaggio nordico è una finzione, o forzata, o miope. Già dove c’è un’acacia, con il colore verde-blu del suo fogliame, impossibile in Europa; dove fiorisce un ippocastano con i suoi fiori a piramide in cima ai rami, anch’essi impossibili in Europa; dove il ciliegio mostra la sua fioritura rosata, mentre la colza ai suoi piedi spande il suo color giallo (colori e forme pensabili solo come importate), le idee nazionalistiche sopra citate, interessanti come esprimenti, sono, come dogmi, un’idiozia. Si deve andare avanti, come sempre; l’immigrazione deve continuare, si devono propugnare le acclimatazioni, ancora e ancora†(R.Borchardt, Il giardiniere appassionato, 1938)  
 
 
Text Walter Guadagnini
Photos Ricardo Brey, Archaeological site Hann Münden,Germany.
 
 
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